Medusa.

Callie era arrivata in cima, era uscita dall’abisso.

La prima cosa che l’aveva colpita era il calore del sole sulla pelle, niente a che vedere con le luci al neon a cui era abituata. Aveva iniziato a correre, aveva tutto lo spazio che voleva, aveva un mondo intero da esplorare.

Arrivò ai piedi di una collina e decise di salire fino alla cima, di esplorare. Andava veloce, aveva voglia di vedere il mondo.

Camminò a lungo, e sul ciglio del sentiero trovò una tenda, uno zaino da trekking ed un altro biglietto. “Continua a camminare e troverai le risposte che ti servono”.

“Chi è che mi scrive questi biglietti? Perchè proprio a me?”

Quello zaino era molto grande e probabilmente pesava quasi più di lei, ma non le importava, lo caricò sulle spalle e riprese il cammino.

Aveva con se tutto il necessario adesso e aveva un desiderio: voleva mettersi alla prova, vedere fino a che punto poteva arrivare. Avrebbe camminato fintanto che le gambe avessero retto il peso di quello zaino ingombrante, poi avrebbe montato la tenda, acceso un fuoco, mangiato qualcosa e sarebbe andata a dormire.Non aveva una mappa, seguiva i sentieri ed il suo cuore, sicura che l’avrebbero portata in qualche posto magico. Sicura che sarebbe arrivata dove doveva.

Il sole seguiva il suo corso, lento e irraggiungibile. Callie camminava dall’alba, fece una breve sosta solo verso mezzogiorno, per rifocillarsi e ripararsi sotto l’ombra regalatale dal boschetto di pini in cui s’era imbattuta. Quando il sole divenne più clemente riprese a camminare. Si stupiva spesso vedendo intorno a se così tanta vita: vera, limpida, incontaminata. I colori erano vividi e il cuore le batteva forte.

Quando s’imbattè in un laghetto stava già calando il sole. Decise di montare la tenda e iniziare a cercare dei legnetti per il fuoco. Mentre camminava tra gli alberi e il sole si congedava fecero capolino delle piccole lucine gialle ad illuminare la radura .

Non aveva mai visto le lucciole, quasi faticava a credere che fossero reali. Era come trovarsi in un sogno. Quei minuscoli esserini le ballavano intorno, quasi a farle festa, quasi sapessero che le serviva un po’ di luce in più. Intanto il tempo passava e lei aveva già montato la tenda e acceso il fuoco. Quando tutto fu pronto si sdraiò per terra, e iniziò a guardare il cielo: brillavano le stelle e la luna era alta e rossa. Poteva sentire la vita pulsare tutto intorno.

Le capitò di perdere di vista le stelle, di riuscire a vedere solo il fondo scuro del cielo: l’abisso bruciava ancora in lei, come una cicatrice fresca, come una bruciatura sulla pelle. Era una sensazione spiacevole, ma si lasciò cullare dal dolore, cercò di accettarlo, di capirlo, quasi di amarlo. Si addormentò così, accanto al fuoco, distrutta dalla stanchezza: i suoi lineamenti erano rilassati adesso, sorrideva.

Certi abissi lasciano un segno indelebile nell’anima, ma nessuno di essi, a meno che non siamo noi a volerlo, ha il potere di distruggerci.

Callie sognava, sognava di ballare nel buio e splendere, dorata; di avere mille estensioni brillanti, affascinanti e pericolose. Come i tentacoli di una medusa.

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