Celeste

Celeste era sempre stata una ragazzina vispa, allegra, con mille interessi e con un amore completamente incondizionato nei confronti del mondo e della gente. Poi arrivò l’adolescenza e con essa l’amore; E l’amore, come lo aveva vissuto lei, era esattamente come il Tao: lo yin e lo yang, pensiero e azione. Lei e lui erano stati un essere simbiotico, quasi mitologico, dove non poteva sussistere una parte senza l’altra; Non era dipendenza, non fraintendete, erano parità, rispetto e stima profondi. Era un amore molto adulto che aveva  per protagonisti due bambini. Come tutte le cose dei bambini, però, questa corrente mistica si interruppe per sciocchezze, senza il tempo di dirsi nemmeno arrivederci. Carlo non le aveva permesso di chiarirsi, l’aveva respinta con tutte le forze che aveva in corpo e Celeste non riuscì più ad essere la stessa. I suoi occhi non brillavano più come una volta, si sentiva svuotata, incapace di ridere, reclusa in un abisso. Ebbe un’altro amore, del tutto diverso dal primo: travolgente come un gorgo marino, un vizio, come il fumo delle sigarette che fumavano insieme, una dipendenza letale. Finì, lasciandola lacerata. Così iniziò ad aggrapparsi a presenze effimere, il fare affidamento ad “amori” che non servivano, come pensava, a risanarla, ma finivano per lacerarla sempre più profondamente.

Si ritrovò sgretolata, fatta a brandelli sulle scale della stazione, a fare i conti con se stessa, da sola per la prima volta. Non riusciva a capire in che luogo avesse esiliato i sorrisi e la felicità che tanto cercava e che tanto le mancavano. Decise che era arrivato il momento di uscire dalla sua prigione, aveva deciso di ricominciare a vivere, vivere con passione. Iniziò a preferire i colori accesi al solito nero, che aveva sempre indossato, scelse di vivere le emozioni, di assecondare i suoi sogni. Fu questa presa di posizione a farle mettere il muso fuori dall’abisso.

Celeste ricominciò a ridere: dapprima fu solo un sorrisetto accennato timidamente dopo una battuta non proprio divertente, pronunciata da qualcuno non troppo rilevante. Poi fu una fragorosa risata, quasi imprevista, come un fulmine a ciel sereno. Fu una lunga riabilitazione, ma riuscì a ricomporre i pezzi: ricominciava a  brillare, prepotentemente, più di quanto chiunque si potesse mai aspettare. Tutti potevano accorgersene, e tutti se ne accorgevano in effetti.

Nei suoi occhi ritornò la scintilla della curiosità.

Qualcuno, molti anni fa, mi disse che non c’è niente di più bello di una donna in rinascita e quando vidi Celeste rinascere mi resi conto che quelle parole erano le più vere che avessi mai sentito pronunciare.

celeste

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